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giovedì 26 gennaio 2012

La libera circolazione delle menti crea un ritorno economico per tutti. A Eco Radio si parla di Scienziati di ventura

http://www.ecoradio.it/index.php?option=com_content&task=view&id=11277&Itemid=44 LA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE MENTI CREA UN RITORNO ECONOMICO PER TUTTI. COMPRESO IL NOSTRO PAESE
La rinascita economica dell'Italia passa, anche e soprattutto, dalla capacità di fare innovazione. E, dopo le misure economiche, servirà riorganizzare un sistema paludato che non favorisce il merito. La punta di questo iceberg è la "fuga dei cervelli", vale a dire i tanti, tantissimi, ricercatori italiani che, per ragioni economiche e non solo, dopo essere stati formati dal nostro Paese vanno a lavorare all'estero.
Da quanto tempo esiste questo fenomeno? È cambiato qualcosa nel corso degli anni? Come si fa a cambiare? Gianluca Martelliano lo ha chiesto a Mauro Scanu, autore, insieme ad Andrea Mameli, di "Scienziati di Ventura" [INTERVISTA]

lunedì 17 novembre 2008

[FUGA DI CERVELLI] Un problema o una risorsa?

[FUGA DI CERVELLI] Un problema o una risorsa?
Salvatore D'Agostino

Il concetto di brain drain, letteralmente fuga di cervelli, fu formulato dalla Royal Society nel 1963 per spiegare il fenomeno degli scienziati e ricercatori inglesi che emigravano negli Stati Uniti. In seguito, la definizione più accreditata fu data da S. Commander «le migrazioni di personale qualificato da paesi in via di sviluppo a paesi sviluppati»
[SEGUE...]

Repubblica: appello scienziati in fuga

All'estero per la ricerca che non c'è raccontateci la vostra "fuga"

sabato 12 luglio 2008

Il Belpaese ha perso il treno, I suoi talenti costretti a prendere l’aereo.

Il Belpaese ha perso il treno, I suoi talenti costretti a prendere l’aereo.
La fuga dei cervelli è ormai un fenomeno talmente ricorrente e consolidato in Italia, che sembra essere diventato normale e quasi comunemente accettato, una routine per un paese che con un eufemismo potremmo definire anziano e stanco, lacerato da un’instabilità politica interna e da una mentalità collettiva che lo sta portando a sopportare ogni cosa o addirittura a non vedere i problemi di cui sta soffrendo.
Un tempo il nostro Paese era famoso nel mondo per la letteratura, per l’arte, per la politica, per le scienze e per altre nobili ragioni, ora in tutti questi settori siamo fortemente indietro rispetto agli altri paesi europei e a numerosi altri paesi del pianeta. Tuttavia l’italiano tipico si considera ancora al centro del mondo, soprattutto dopo che l’Italia ha vinto i mondiali di calcio: campioni del mondo? Si ma solo in uno sport o forse anche in ipocrisia.
Fortunatamente c’è anche chi denuncia una situazione molto meno serena su temi di gran lunga più importanti, come fa Irene Tinagli nel suo nuovo libro “Talento da Svendere”.
Il fatto che numerosi talenti italiani decidano sempre più spesso di fuggire all’estero è dovuto fondamentalmente alle tre cause riportate nell’articolo di Michele Smargiassi su Repubblica: l’università, l’impresa e la geografia.
Senza ripetere quanto detto dal giornalista mi soffermerò a discutere queste tre ragioni con lo sguardo dello studente, che sfortunatamente sta vivendo in prima persona questo drammatico problema.
Per quanto riguarda l’università, ritengo che oltre ai problemi giustamente sottolineati da Smargiassi, vi sia la scarsa capacità di motivazione e il totalmente assente incentivo alla creatività da parte delle facoltà italiane. Per quanto riguarda ingegneria, che è stata la mia scelta come percorso di studi, ho potuto notare in questi anni la scarsità di docenti che sappiano motivare i propri studenti, che riescano a dare loro un punto di vista anche solo un poco diverso da quello convenzionale incentrato su nozioni e formule da sapere a memoria senza un minimo accenno allo sviluppo della propria creatività.
Sono arrivato a Ingegneria Informatica ormai 3 anni fa, con una passione per l’informatica, con gli occhi del ragazzino che a 5 anni assemblava computers nel negozio sotto casa e mi preparo ad uscirne ora nauseato dalla mia stessa passione, totalmente privo di interesse per quello che ho scelto e con un unico interesse rivolto all’economia, la materia che ha meno a che fare con le altre nel mio corso di laurea e che forse anche per questo ha assunto ai miei occhi un fascino particolare essendo l’unica che riesce a stimolare la mia creatività.
Ed è proprio il fattore creatività che ha generato quello che Google ha definito il “problema Facebook”, ovvero la fuga di cervelli da Google verso l’azienda di Zuckerberg, una migrazione che sembra dovuta proprio alla ricerca di avventura, di un luogo in cui si possa nutrire la propria genialità e creatività, luogo che era rappresentato dalla Google di ieri e che si può trovare nella Facebook di oggi.
Purtroppo la maggior parte dei miei colleghi con cui ho occasione di parlare non la pensano allo stesso modo, sono ormai assuefatti dal sistema “studia, impara a memoria, registra il voto, dimentica e trova lavoro il prima possibile, possibilmente vicino a mamma e papà” caratteristico del sistema universitario e sociale di questo paese.
Le imprese sono certamente un altro fattore critico. In Italia predomina la piccola e media impresa, spesso a conduzione familiare, quasi sempre diffidente rispetto ad ogni apertura verso l’esterno, poco propensa ad accettare apporti esterni non solo in termini di finanziamenti (che non siano pubblici e a fondo perduto), ma anche di idee capaci di innescare processi virtuosi di innovazione: un cocktail letale per un neo laureato con talento e creatività.
Per quanto riguarda i bassi salari la cosa che ritengo maggiormente triste è che tra i miei colleghi universitari c’è ancora la convinzione che il titolo di Ingegnere Informatico ti dia automaticamente la possibilità di ricoprire ruoli importanti e guadagnare molto denaro: quando faccio loro notare che attualmente la figura del programmatore in un azienda informatica (ruolo spesso ambito dagli Ingegneri che non sanno che per svolgerlo basta un diploma di un istituto tecnico) è pressappoco l’equivalente di quella di un operaio metalmeccanico, vengo accusato di pessimismo.
Infine anche la geografia come viene sottolineato nell’articolo è un aspetto che non va sottovalutato: la mentalità degli italiani è per la maggior parte chiusa e miope; mi permetto di fare alcuni esempi senza scendere troppo nello specifico.
La nuova generazione di imprenditori che si sta formando, per lo meno in Veneto, è spesso composta da figli di papà che non hanno dovuto fare nemmeno un briciolo di fatica per raggiungere i loro obbiettivi, grazie agli sforzi compiuti dai loro genitori in passato, una generazione che è spesso più attenta ad esibire la propria automobile per le strade del centro città piuttosto che a interessarsi di un’azienda che non sentono come propria in quanto non hanno dovuto faticare per ottenerla.
L’egoismo che porta molti imprenditori a ritenere di gran lunga più importante guadagnare molto denaro con metodi leciti e illeciti senza interessarsi o perfino a discapito del bene della collettività non è certamente un fattore positivo per la formazione di imprese che possano aiutare il nostro paese a recuperare.
Se poi si pensa che una lingua come l’inglese, fondamentale nel business a livello internazionale, è spesso del tutto ignorata dai nostri imprenditori veneti che faticano addirittura ad esprimersi in un italiano privo di storpiature dialettali, si capisce che mancano addirittura le basi per l’innovazione.
La mentalità bigotta di cui si parla nell’articolo la fa infatti da padrona in Italia, un paese in cui la donna è spesso ancora considerata inferiore all’uomo, dove orientamenti sessuali e colore della pelle determinano le capacità e la qualità delle persone, dove tutto ciò che viene da fuori dei nostri confini viene visto con timore e con disprezzo.
Nonostante vi siano ogni tanto delle buone notizie che sembrano invertire questa tendenza (un esempio che balza alla mente è l’elezione di Emma Marcegaglia a presidente di Confindustria) temo che questo possa rimanere un caso isolato, una sorta di bella eccezione che conferma una triste regola.
L’amara conclusione è che il nostro paese continua a perdere giovani talenti che migrano all’estero e tende a produrne sempre di meno, ma una soluzione c’è e non è quella di accettare le cose così come stanno, bensì rimboccarsi le macchine e lavorare per creare le condizioni adatte al proliferare di quel genio e di quella creatività italica che contraddistinsero la nostra nazione.
E soprattutto, diversamente da chi continua a sostenere che i Veneti sono la locomotiva d’Italia, è necessario rendersi conto che il treno dell’innovazione l’abbiamo perso da un pezzo e dobbiamo cominciare a camminare con le nostre gambe perché al momento siamo rimasti a piedi.
Jacopo Buriollo

L’articolo di Michele Smargiassi sui talenti sprecati tratto da Repubblica.it:
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/scuola_e_universita/servizi/cervelli-sprecati/cervelli-sprecati/cervelli-sprecati.html?ref=search

L’articolo di Paolo Pontoniere su Google e il problema Facebook tratto da Repubblica.it:
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scienza_e_tecnologia/google-7/cervelli-in-fuga/cervelli-in-fuga.html?ref=search

giovedì 10 luglio 2008

Campania. Evitare fuga di cervelli internazionalizzando la ricerca scientifica (ADUC SALUTE)

Una lettera agli assessori regionali campani alla Sanita', alla Ricerca ed al presidente della Commisione consiliare (competente in materia di sanita') per evitare che l'ennesimo caso di fuga dei cervelli privi la Campania di una mente scientifica di valore. A scriverla e' la presidente del Consiglio regionale, Sandra Lonardo, che ha preso a cuore la vicenda di uno specialista radiologo in forza all'ospedale 'Rummo' di Benevento, il dottor Onofrio Catalano, che dovrebbe rientrare dagli Usa dove sta completando un'esperienza clinica e scientifica presso una struttura ospedaliera. Il suggerimento di Lonardo e' di 'valutare l'utilita' di avviare, in maniera strutturale, un 'Programma di internazionalizzazione della ricerca medica', anche attraverso l'istituto della mobilita'. Un progetto che potrebbe vedere coinvolti attivamente i nostri operatori gia' inseriti stabilmente nelle strutture sanitarie campane' e, piu' nel concreto, di valutare, eventualmente 'la possibilita' di stabilire apposite convenzioni tra le Aziende ospedaliere della Regione Campania ed alcune prestigiose strutture di ricerca italiane ed estere, di riconosciuto prestigio internazionale' per 'favorirere lo scambio di conoscenze, il dialogo tra le nostre Aziende ospedaliere e sanitarie e le strutture di ricerca, cosi' come gia' avviene per le Universita''. Entrando nello specifico caso del dottor Catalano, la cui vicenda e' stata riportata da molti quotidiani, Lonardo aggiunge: l'ospedale 'Rummo potrebbe siglare una convenzione senza oneri di costo con l'Istituto di ricerca di Boston, presso il quale e' attualmente impegnato il professor Onofrio Catalano, favorendo lo scambio di competenze, nel rispetto dei vincoli contrattuali e di legge. Tale convenzione darebbe lustro all'Azienda ospedaliera sannita ed alle altre Aziende e Asl della Campania che volessero avvalersi dell'opera di ricercatori e clinici provenienti da strutture altamente qualificate ed attive all'estero'.
ADUC

mercoledì 9 luglio 2008

Requisiti E Definizione Di Cervello In Fuga

dal sito di Dario Rossi:
30 November 2007, 10:33
Ciao,
questo thread non riguarda i campi del database, ma in maniera piu' filosofica quello che potremmo malamente definire come le condizioni necessarie per l'appartenenza al braindrain database (BDDB), o in altri termini la definizione di cervello in fuga
un buon numero di persone mi ha fatto notare che il BDDB non contempla:
* cervelli che sono riusciti a rientrare in italia!! anche se finora soltanto uno di mia conoscenza winking smiley
* cervelli che invece hanno abbandonato l'italia ancora prima del PhD
* cervelli che non hanno un PhD ma lavorano nell'ambito della ricerca
* ...
da un lato, sarei propenso ad allargare il database: in effetti, a me pare che il PhD non sia una condizione necessaria per avere un cervello (al limite, sarebbe opportuno il viceversa), mentre essere all'estero mi sembra una condizione necessaria per il braindrain.
il problema e' che il punto 3) sposterebbe il problema dalla definizione di cervello in fuga alla definizione di ricerca (e.g., vs sviluppo in un contesto ingegneristico), per cui il vincolo di essere in possesso di un PhD e' in pratica un vincolo di comodo, che vale solo in prima approssimazione ma e' facilmente verificabile.
vero e' che e' facile condizionare il database per estrarne solo il sottoinsieme voluto (e.g., Titolo di studio >= 2 PhD e 3 Master happy smiley) per cui tecnicamente rilassare i vincoli del BDDB non e' un problema tecnico (... ma richiede del tempo, che non ho, per cui non faro' nulla happy smiley) diro' di piu: trovo risibile che un PostDoc all'estero con un contratto a tempo determinato sia definito un braindrain: semmai e' un braingain (definizione penso di mio conio) cioe' un cervello in fase di espansione che si arricchisce a contatto di nuove culture e formae mentis: il problema e' piuttosto che in italia il flusso e' in una sola direzione... per cui e' verosimile che il PostDoc rimarra' all'estero (e non necessariamente nel luogo in cui si trova), trasformando il suo braingain in un braindrain definitivo (... ma permettere al braingain di aggiornare i suoi dati e' un problema tecnico da discutere in un altro thread) visto che detesto i blogs, spero che voi braindrained trasformiate questo blog in un vero forum, dimodoche' un confronto di idee arricchisca quella da cui siamo partiti.
D.
[POST ORIGINALE E COMMENTI]

martedì 5 febbraio 2008

Bloccare la fuga di cervelli, più fondi alla ricerca

Bloccare la fuga di cervelli, più fondi alla ricerca
Ricerca e innovazione - 31-01-2008 - 12:01
Il Parlamento esorta gli Stati membri a spendere il 3% del PIL a favore della ricerca, anche per impedire un’ulteriore fuga di cervelli dall’UE. Occorre poi promuovere, anche finanziariamente, una maggiore mobilità dei ricercatori, il miglioramento delle infrastrutture e il coordinamento tra le varie iniziative a livello europeo. Se è importante favorire la condivisione della conoscenza, va però istituito un brevetto comunitario che stimoli la ricerca nel settore privato.
Il Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000 ha confermato l'obiettivo di reare uno Spazio europeo della ricerca (SER) che comprenda un mercato interno per la ricerca, in cui possano circolare liberamente i ricercatori, la tecnologia e le conoscenze. Lo Spazio comune deve anche portare a un effettivo coordinamento a livello UE di attività, programmi e politiche nazionali e regionali di ricerca e il finanziamento e l'attuazione di iniziative a livello UE. Il Consiglio europeo ha inoltre fissato l'obiettivo di portare la spesa globale per la R&S, entro il 2010, al 3% del PIL dell'UE (2/3 del quale dovrebbero provenire dal settore privato).

Approvando con 502 voti favorevoli, 18 contrari e 6 astensioni la relazione di Umberto GUIDONI (GUE/NGL, IT), il Parlamento deplora anzitutto che il finanziamento della R&S nell'UE «è ancora molto lungi dall'obiettivo di Lisbona pari al 3% del PIL». Osserva infatti che la spesa media UE «è di appena l'1,84% del PIL rispetto al 2,68% negli USA e al 3,18% in Giappone». Notando che le spese variano dallo 0,39% in Romania al 3,86% in Svezia, sottolinea l'importanza di incrementare la spesa media nonché il volume della spesa in taluni Stati membri, focalizzando meglio la ricerca diversificata e gli sforzi di sviluppo in tutta l'Unione, in particolare allo scopo di facilitare la transizione verso l'economia digitale.

Ritenendo inoltre «essenziale» creare un mercato unico del lavoro per i ricercatori, il Parlamento sottolinea l'importanza di «impedire ulteriori deflussi di ricercatori europei competenti». Chiede quindi l'adozione di idonee misure per trattenere e far rientrare i ricercatori nell'UE, «in particolare assicurando ampie prospettive di carriera e condizioni di lavoro attraenti». Nell'appoggiare vivamente la Carta europea dei ricercatori e il Codice di condotta per la loro selezione (quali strumenti atti ad accrescere l'attrattiva del SER per i ricercatori), sottolinea la necessità di definire ed introdurre un unico modello europeo di carriera nell'ambito della ricerca e di instaurare un sistema integrato di informazione sulle offerte di posti di lavoro e sui contratti di formazione in materia di ricerca in Europa.
I deputati si dicono inoltre favorevoli all'aumento della mobilità geografica dei ricercatori «allo scopo di realizzare la condivisione delle conoscenze e promuovere il trasferimento di tecnologia». A tal fine, chiedono di arricchire i programmi post-laurea e di dottorato e di considerare il lancio di borse e di programmi di formazione post-dottorato basandosi sul programma Erasmus. Sollecitano poi l'eliminazione di tutte le restrizioni transitorie alla libera circolazione e delle barriere nazionali, «come uno scarso riconoscimento e portabilità dei diritti sociali acquisiti, svantaggi fiscali e difficoltà nel trasferire le famiglie». Nel proporre di ricorrere a un sistema di buoni in materia di ricerca che assicuri risorse finanziarie supplementari, ritengono anche necessario accordare sostegno ai giovani ricercatori, in modo da garantire che continuino a ricevere borse di studio quando cambiano sede di lavoro all'interno dell'UE. Occorre anche agevolare l’ingresso nell’UE dei ricercatori dei paesi terzi.
Il Parlamento si compiace dei progressi compiuti in materia di sviluppo di infrastrutture di ricerca mediante l'adozione della "Roadmap" per il Foro strategico europeo per le infrastrutture di ricerca (FSEIR). Ritiene tuttavia che occorra prevedere l'inserimento di nuovi strumenti e infrastrutture attualmente sviluppati dagli Stati membri, unitamente alle infrastrutture identificate dall'FSEIR. Vanno anche agevolati la creazione e il funzionamento di grandi organizzazioni e infrastrutture comunitarie di ricerca. Ma i finanziamenti alle nuove infrastrutture di ricerca paneuropee devono essere concessi «soltanto qualora non esistano infrastrutture nazionali di pari valore che forniscano analoghe opportunità di accesso ai ricercatori di altri Stati membri». I deputati, d’altra parte, riconoscono che l'EIT «rappresenterà un importante fattore per rafforzare l'infrastruttura di ricerca dell'UE».
I deputati ritengono che lo sviluppo di cluster regionali sia un importante strumento per conseguire una massa critica, riunendo università, enti di ricerca e l'industria e creando centri europei di eccellenza. Invitano poi la Commissione a stabilire un Forum europeo con la missione di identificare, sviluppare e sostenere le principali iniziative di ricerca paneuropee, come pure un sistema comune di revisione scientifica e tecnica per sfruttare meglio i risultati dei programmi europei. La Commissione dovrebbe anche garantire «la piena complementarità» tra le reti di eccellenza e le comunità virtuali di ricerca, «specificandone obiettivi, norme di funzionamento e di finanziamento». Nel ricordare il ruolo delle piccole e medie imprese come enti di ricerca, la relazione chiede di rafforzare, a livello europeo, la loro partecipazione alle attività di R&S, destinando loro almeno il 15% del bilancio del Settimo Programma Quadro (PQ7).
La Dichiarazione di Berlino sul libero accesso alla conoscenza delle discipline scientifiche e umanistiche, per il Parlamento, è «un esempio di come Internet abbia creato opportunità di sperimentazione con i nuovi modelli». Al contempo, sottolinea l'importanza di rispettare la libertà di scelta e i diritti di proprietà intellettuale degli autori (DPI). E, in proposito, condivide il concetto di "innovazione aperta", secondo il quale i settori pubblico e privato diventano partner a pieno titolo e condividono le conoscenze. Ma ritiene che «dovrebbe essere ufficialmente riconosciuta la regola di un compenso finanziario corretto ed equo per l'uso della conoscenza pubblica da parte dell'industria». D’altro canto, occorre ampliare gli incentivi concessi al settore privato per investire e partecipare alla ricerca.
I deputati si dicono poi convinti che l'incertezza giuridica e i costi eccessivi attualmente imposti nell'ambito dei diritti di proprietà intellettuale «contribuiscano alla frammentazione degli sforzi di ricerca in Europa». Rilevano, peraltro, che la legislazione sulla protezione dei DPI, compreso il diritto europeo in materia di brevetti, «non può costituire un ostacolo alla condivisione delle conoscenze». Richiamano poi l’attenzione sull'importanza di istituire un brevetto comunitario nonché un sistema giudiziario per i brevetti europei di alta qualità, che fornisca migliori incentivi per il coinvolgimento delle imprese private nella ricerca e rafforzi la posizione degli innovatori europei a livello internazionale. Anche perché gli obiettivi della strategia di Lisbona «non possono essere raggiunti senza un notevole aumento del coinvolgimento del settore privato nelle attività di ricerca».
Convinto che il minore interesse manifestato dalle giovani generazioni per gli studi scientifici e tecnologici sia strettamente legato all'assenza di cooperazione tra il settore privato e quello accademico, il Parlamento chiede di intensificare gli sforzi per promuovere regimi di collaborazione tra questi due settori e di migliorare l'insegnamento delle materie scientifiche a tutti i livelli dell'istruzione. Rammaricandosi poi per la mancanza di risorse umane nella ricerca in numerosi Stati membri, propone il lancio di iniziative volte a familiarizzare gli allievi ai lavori di ricerca in laboratorio e sul terreno nonché la promozione di metodi attivi ed investigativi di insegnamento che ricorrano all'osservazione e alla sperimentazione. Per promuovere e sostenere il dialogo tra gli scienziati e la società, infine, i primi dovrebbero rendere i risultati della propria ricerca «comprensibili a tutti e alla portata di tutti».
30/01/2008
Umberto GUIDONI (GUE/NGL, IT)
Relazione su nuove prospettive per lo Spazio europeo della ricerca
Procedura: Iniziativa
Relazione senza dibattito ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento del Parlamento
Votazione: 31.1.2008