Gentile redazione,
siamo un gruppo di fisici, ricercatori e tecnologi italiani impegnati in progetti di ricerca internazionali, quali gli esperimenti attualmente in corso al CERN in Europa e al FERMILAB negli Stati Uniti. Nonostante il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 6 Novembre, la preoccupazione per il futuro della ricerca italiana resta viva ed attuale. Per tale motivo, abbiamo inoltrato due lettere aperte, una al Presidente della Repubblica ed una ai membri della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica Italiana, ai membri della Settima Commissione
Permanente (Istruzione Pubblica, Beni Culturali, Ricerca Scientifica, Spettacolo e Sport) del Senato ed ai membri della Settima Commissione Permanente (Cultura) della Camera dei Deputati. Vi saremmo grati se poteste diffondere le opinioni ed il punto di vista di questo gruppo di scienziati, impegnati nella ricerca al più alto livello.
La lettera al Presidente della Repubblica e al Parlamento
Documenti per approfondire
Cordiali saluti, un gruppo di ricercatori Italiani
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domenica 29 marzo 2009
giovedì 30 ottobre 2008
Brunetta: I ricercatori sono un po' capitani di ventura
«Non saranno a spasso, si cercheranno qualcos' altro da fare. Altri progetti, altre esperienze, magari in giro per il mondo. Siamo chiari: la ricerca è questa. I ricercatori sono un po' capitani di ventura, stabilizzarli è un farli morire. Lo sa anche il professor Marino, che tanto mi critica. Senza tutti i progetti cui ha partecipato, gli istituti in cui ha lavorato, lui non sarebbe il professor Marino e io non sarei il professor Brunetta»
Brunetta: Potrò assumere solo il 40% dei ricercatori precari (Repubblica, 12 ottobre 2008, pagina 24, ECONOMIA)
Brunetta: Potrò assumere solo il 40% dei ricercatori precari (Repubblica, 12 ottobre 2008, pagina 24, ECONOMIA)
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sabato 25 ottobre 2008
Scienziati di ventura a Villa Clara.
Le prospettive della ricerca in Italia, il problema della fuga dei cervelli, il ruolo dell'università e della ricerca privata saranno i temi al centro della presentazione del libro Scienziati di ventura di Andrea Mameli e Mauro Scanu (Edizioni Cuec, 2007) il 29 ottobre a Cagliari (con inizio alle 18 e 30) per il ciclo Clara Libera. Ne parleranno con gli autori il giornalista Roberto Morini (La Nuova Sardegna) e il ricercatore Michele Saba (Dipartimento di Fisica, Università di Cagliari).In collaborazione con la Biblioteca Provinciale di Cagliari per il ciclo Pagine di Scienza.
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domenica 19 ottobre 2008
Lezioni di fisica a Montecitorio il 20 ottobre.
ANSA - ROMA, 19 OTTOBRE - Docenti e studenti del dipartimento di Fisica della Sapienza organizzeranno domani lezioni di fisica davanti alla Camera dei deputati. Per protestare contro il governo e la legge 133. E' l'ultima forma di protesta, dicono gli organizzatori dell'iniziativa, contro 'i tagli all'universita' e alla ricerca, la trasformazione degli atenei pubblici in fondazioni di diritto privato e il turn over bloccato al 20%'.
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giovedì 10 luglio 2008
Campania. Evitare fuga di cervelli internazionalizzando la ricerca scientifica (ADUC SALUTE)
Una lettera agli assessori regionali campani alla Sanita', alla Ricerca ed al presidente della Commisione consiliare (competente in materia di sanita') per evitare che l'ennesimo caso di fuga dei cervelli privi la Campania di una mente scientifica di valore. A scriverla e' la presidente del Consiglio regionale, Sandra Lonardo, che ha preso a cuore la vicenda di uno specialista radiologo in forza all'ospedale 'Rummo' di Benevento, il dottor Onofrio Catalano, che dovrebbe rientrare dagli Usa dove sta completando un'esperienza clinica e scientifica presso una struttura ospedaliera. Il suggerimento di Lonardo e' di 'valutare l'utilita' di avviare, in maniera strutturale, un 'Programma di internazionalizzazione della ricerca medica', anche attraverso l'istituto della mobilita'. Un progetto che potrebbe vedere coinvolti attivamente i nostri operatori gia' inseriti stabilmente nelle strutture sanitarie campane' e, piu' nel concreto, di valutare, eventualmente 'la possibilita' di stabilire apposite convenzioni tra le Aziende ospedaliere della Regione Campania ed alcune prestigiose strutture di ricerca italiane ed estere, di riconosciuto prestigio internazionale' per 'favorirere lo scambio di conoscenze, il dialogo tra le nostre Aziende ospedaliere e sanitarie e le strutture di ricerca, cosi' come gia' avviene per le Universita''. Entrando nello specifico caso del dottor Catalano, la cui vicenda e' stata riportata da molti quotidiani, Lonardo aggiunge: l'ospedale 'Rummo potrebbe siglare una convenzione senza oneri di costo con l'Istituto di ricerca di Boston, presso il quale e' attualmente impegnato il professor Onofrio Catalano, favorendo lo scambio di competenze, nel rispetto dei vincoli contrattuali e di legge. Tale convenzione darebbe lustro all'Azienda ospedaliera sannita ed alle altre Aziende e Asl della Campania che volessero avvalersi dell'opera di ricercatori e clinici provenienti da strutture altamente qualificate ed attive all'estero'.
ADUC
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martedì 25 marzo 2008
Italia e ricerca: troppa avarizia.

Roma, 24 mar. (Apcom) - Un "assetto parsimonioso" della scienza italiana, che ha ripercussioni negative sulla ricaduta economica della ricerca nazionale, emerge dall'analisi elaborata da Mario De Marchi, del Ceris-CNR, pubblicata dal mensile telematico www.scienzaonline.com sul numero attualmente in uscita: le statistiche più aggiornate disponibili sull'erogazione di risorse finanziarie destinate alla produzione di conoscenza, raffrontate con quelle di altri paesi, evidenziano un quadro di "poche risorse, pochi investimenti, basse remunerazioni per i ricercatori", i quali ultimi, nonostante tutto, possono vantare "l'aumento negli ultimi anni del peso italiano sul totale delle pubblicazioni scientifiche mondiali", a testimoniare la "vitalità del sistema scientifico italiano in anni ardui sul fronte delle risorse disponibili".
Ma "la posizione del nostro paese appare preoccupante", si legge nell'analisi del Ceris-CNR, sul piano della resa economica della ricerca scientifica applicata: la produzione italiana di "scoperte di rilevanza pratica, in particolare quelle invenzioni il cui valore economico sia appropriabile dallo scopritore tramite lo strumento legale del brevetto", nota De Marchi, risulta "molto inferiore perfino a paesi come Olanda e Canada, dalla rilevanza demografica ed economica sensibilmente minori". Incombe "il pericolo di declino economico e culturale cui il nostro paese si espone seguendo questo comportamento - sottolinea lo studio - visto l'affermarsi nel mondo contemporaneo di società basate sulla conoscenza".
Il rapporto fra spesa in ricerca e prodotto interno lordo (ReS/PIL), nel quarto di secolo preso in esame dall'autore dello studio a partire dal 1980, non registra affatto un andamento di crescita: "Dopo avere sfiorato un picco dell'1,4% agli inizi degli anni '90, la proporzione fra spesa in ReS e PIL si è contratta", per assestarsi alla fine sull'1,1%, ben lontano, sottolinea De Marchi, dall'"obiettivo del 3% entro l'anno 2010, che fu sottoscritto nell'ambito degli impegni internazionali assunti dal nostro paese con l'Unione Europea". "L'Italia - denuncia lo studio del Ceris-CNR - investe nella generazione di conoscenze scientifiche e tecnologiche originali e nell'impiego di risorse umane per ricerca assai meno della maggior parte delle nazioni più progredite economicamente: meno della metà, per esempio, del 3,3% di Giappone, del 2,6% di Stati Uniti, del 2,5% di Germania, e meno anche della Cina, che destina l'1,3% del proprio PIL alla ricerca".
Investimenti della ricerca scientifica (Luigi Berlinguer, 17 marzo 2008, scienzaonline.com)
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domenica 23 dicembre 2007
Adi: Reclutamento dei ricercatori: un passo nella giusta direzione
L'Adi esprime soddisfazione per l'entrata in vigore del nuovo regolamento sull'accesso al ruolo di ricercatore universitario, che mette finalmente in pratica alcuni principi che sono da tempo un cavallo di battaglia dell'Associazione.
"L'Adi ha lavorato per anni su una modifica dei concorsi che ne aumentasse la trasparenza e l'efficacia selettiva" - osserva Giovanni Ricco, segretario ADI - "Pensiamo che solo procedure alla luce del sole, e maggiormente in linea con quanto avviene in ambito internazionale, possano contribuire a portare reale meritocrazia nel sistema accademico italiano, dove a tutt'oggi è ancora poco presente".
"Sin da quando pubblicammo 'Cervelli in fuga'" - aggiunge Augusto Palombini, curatore del libro edito da Avverbi nel 2001 - "che per la prima volta sollevava il problema
dell'emigrazione scientifica di massa, abbiamo sostenuto con forza che la via per uscire dal nepotismo baronale, che allontana alcune delle nostre menti migliori e non attrae stranieri, passasse per una modernizzazione delle selezioni con coinvolgimento di studiosi stranieri e valutazione prevalente dei titoli scientifici. L'avvio dei concorsi con le nuove modalità è il coronamento di un lavoro di anni condotto dall'Adi in questa direzione".
"Saremo attenti a controllare quale sarà l'effettiva applicazione delle nuove procedure: come verranno scelti i revisori esterni e quanto peserà il loro voto, quanti concorsi saranno vinti da candidati locali, quanto questo regolamento inciderà sulla cattiva cultura dei concorsi italiani" - spiega Francesco Mauriello, presidente dell'Associazione e membro del CUN - "Occorre sottolineare inoltre che i fondi per il reclutamento vanno ulteriormente aumentati e che lo stipendio per i post-doc è troppo basso per essere attraente per candidati provenienti dall'estero".
"L'eliminazione del fuori ruolo, approvata in Finanziaria 2008, porterà nei prossimi tre anni a risorse aggiuntive nelle casse delle Università" - conclude Giovanni Ricco, segretario ADI - "noi pensiamo che il loro utilizzo debba essere vincolato alle assunzioni di giovani ricercatori. È una buona occasione per svecchiare l'Università Italiana, sarebbe gravissimo sprecarla".
ADI, Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani, 22 Dicembre 2007
"L'Adi ha lavorato per anni su una modifica dei concorsi che ne aumentasse la trasparenza e l'efficacia selettiva" - osserva Giovanni Ricco, segretario ADI - "Pensiamo che solo procedure alla luce del sole, e maggiormente in linea con quanto avviene in ambito internazionale, possano contribuire a portare reale meritocrazia nel sistema accademico italiano, dove a tutt'oggi è ancora poco presente".
"Sin da quando pubblicammo 'Cervelli in fuga'" - aggiunge Augusto Palombini, curatore del libro edito da Avverbi nel 2001 - "che per la prima volta sollevava il problema
dell'emigrazione scientifica di massa, abbiamo sostenuto con forza che la via per uscire dal nepotismo baronale, che allontana alcune delle nostre menti migliori e non attrae stranieri, passasse per una modernizzazione delle selezioni con coinvolgimento di studiosi stranieri e valutazione prevalente dei titoli scientifici. L'avvio dei concorsi con le nuove modalità è il coronamento di un lavoro di anni condotto dall'Adi in questa direzione".
"Saremo attenti a controllare quale sarà l'effettiva applicazione delle nuove procedure: come verranno scelti i revisori esterni e quanto peserà il loro voto, quanti concorsi saranno vinti da candidati locali, quanto questo regolamento inciderà sulla cattiva cultura dei concorsi italiani" - spiega Francesco Mauriello, presidente dell'Associazione e membro del CUN - "Occorre sottolineare inoltre che i fondi per il reclutamento vanno ulteriormente aumentati e che lo stipendio per i post-doc è troppo basso per essere attraente per candidati provenienti dall'estero".
"L'eliminazione del fuori ruolo, approvata in Finanziaria 2008, porterà nei prossimi tre anni a risorse aggiuntive nelle casse delle Università" - conclude Giovanni Ricco, segretario ADI - "noi pensiamo che il loro utilizzo debba essere vincolato alle assunzioni di giovani ricercatori. È una buona occasione per svecchiare l'Università Italiana, sarebbe gravissimo sprecarla".
ADI, Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani, 22 Dicembre 2007
lunedì 26 novembre 2007
"Dottorandi, ecco le novità"
Mussi risponde alla petizione
"Il dottorato di ricerca è un punto strategico fondamentale della formazione superiore italiana E il decreto su cui abbiamo lavorato ne dà finalmente una definizione precisa, strutturata, con criteri che puntano alla qualità". Fabio Mussi, ministro dell'Università e della Ricerca, non ha dubbi al riguardo e dopo aver incontrato alcuni rappresentanti dell'Adi, l'associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani ribadisce il suo impegno: a riformare il percorso di formazione e a garantire un giusto riconoscimento economico a tutti i dottori e ricercatori.
"Una delle ragioni della fuga dei cervelli, non l'unica, è proprio l'importo delle borse, tra i più bassi d'Europa - osserva Mussi - Si tratta quindi di aumentare i finanziamenti e portare le borse a livelli europei".
A questo proposito il ministro ricorda che "in Finanziaria sono previsti 20 Milioni di euro all'anno per 3 anni, ma in commissione Bilancio è in corso la discussione per reperire i fondi mancanti previsti dall'emendamento Valditara, approvato al Senato senza copertura adeguata".
Ma accanto al discorso borse di studio c'è quello dei costi, su cui i dottorandi hanno chiesto interventi immediati: "Far lavorare i dottorandi, non dargli un salario e chiedergli di pagare anche le tasse di iscrizione è un'esagerazione. Perciò mi sono impegnato a scrivere una lettera ai rettori per eliminare questo aggravio".
Intanto lo schema di riforma del dottorato di ricerca è valutato in questi giorni dal Consiglio Universitario Nazionale (CUN). Una volta avuto il parere del CUN, il testo passerà all'esame del Consiglio di Stato. L'iter previsto è di circa due o tre mesi, dopodiché la riforma entrerebbe in vigore già dal prossimo anno, con un'applicazione progressiva. Tre i principi fondamentali:
- l'attivazione dei dottorati solo in stretto coordinamento con lo svolgimento di attività di ricerca documentate e di alto livello;
- l'istituzione dei dottorati solo entro vere e proprie scuole di dottorato, a livello di Ateneo o inter-Ateneo;
- la rigorosa attività di accreditamento e valutazione delle scuole a livello nazionale, e di valutazione dei singoli corsi di dottorato, affidata all'ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).
"Sarà impegnativo per le Università perché dovranno innovare strutture e i progetti, per alcune ci saranno tempi più lunghi ma è un processo necessario" nota il ministro. Si dovrebbe aprire dunque un nuovo corso per la formazione italiana, fatto di valorizzazione da parte delle imprese e di maggiori riconoscimenti, a cominciare dal punteggio attribuito al titolo di dottore di ricerca nei concorsi pubblici, "su questo sto preparando un decreto con il ministro Nicolais", dichiara Mussi. Dottorandi e ricercatori italiani ci sperano e aspettano solo che questo nuovo corso cominci.
Tullia Fabiani, La Repubblica, 23 novembre 2007
"Il dottorato di ricerca è un punto strategico fondamentale della formazione superiore italiana E il decreto su cui abbiamo lavorato ne dà finalmente una definizione precisa, strutturata, con criteri che puntano alla qualità". Fabio Mussi, ministro dell'Università e della Ricerca, non ha dubbi al riguardo e dopo aver incontrato alcuni rappresentanti dell'Adi, l'associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani ribadisce il suo impegno: a riformare il percorso di formazione e a garantire un giusto riconoscimento economico a tutti i dottori e ricercatori.
"Una delle ragioni della fuga dei cervelli, non l'unica, è proprio l'importo delle borse, tra i più bassi d'Europa - osserva Mussi - Si tratta quindi di aumentare i finanziamenti e portare le borse a livelli europei".
A questo proposito il ministro ricorda che "in Finanziaria sono previsti 20 Milioni di euro all'anno per 3 anni, ma in commissione Bilancio è in corso la discussione per reperire i fondi mancanti previsti dall'emendamento Valditara, approvato al Senato senza copertura adeguata".
Ma accanto al discorso borse di studio c'è quello dei costi, su cui i dottorandi hanno chiesto interventi immediati: "Far lavorare i dottorandi, non dargli un salario e chiedergli di pagare anche le tasse di iscrizione è un'esagerazione. Perciò mi sono impegnato a scrivere una lettera ai rettori per eliminare questo aggravio".
Intanto lo schema di riforma del dottorato di ricerca è valutato in questi giorni dal Consiglio Universitario Nazionale (CUN). Una volta avuto il parere del CUN, il testo passerà all'esame del Consiglio di Stato. L'iter previsto è di circa due o tre mesi, dopodiché la riforma entrerebbe in vigore già dal prossimo anno, con un'applicazione progressiva. Tre i principi fondamentali:
- l'attivazione dei dottorati solo in stretto coordinamento con lo svolgimento di attività di ricerca documentate e di alto livello;
- l'istituzione dei dottorati solo entro vere e proprie scuole di dottorato, a livello di Ateneo o inter-Ateneo;
- la rigorosa attività di accreditamento e valutazione delle scuole a livello nazionale, e di valutazione dei singoli corsi di dottorato, affidata all'ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).
"Sarà impegnativo per le Università perché dovranno innovare strutture e i progetti, per alcune ci saranno tempi più lunghi ma è un processo necessario" nota il ministro. Si dovrebbe aprire dunque un nuovo corso per la formazione italiana, fatto di valorizzazione da parte delle imprese e di maggiori riconoscimenti, a cominciare dal punteggio attribuito al titolo di dottore di ricerca nei concorsi pubblici, "su questo sto preparando un decreto con il ministro Nicolais", dichiara Mussi. Dottorandi e ricercatori italiani ci sperano e aspettano solo che questo nuovo corso cominci.
Tullia Fabiani, La Repubblica, 23 novembre 2007
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mercoledì 21 novembre 2007
Enti di ricerca sul piede di guerra
"Aumenti al fondo tagliati del 40%"
ROMA - La ricerca è tradizionalmente uno dei cavalli di battaglia dei programmi elettorali, per entrambi gli schieramenti. Amata, in particolare, dal centrosinistra, che ne ha sempre rivendicato la centralità per la crescita, la riscossa economico-culturale del Paese. Ecco perché i vertici dei quattro enti pubblici del settore - Cnr, Agenzia spaziale italiana, Istituto nazionale di fisica nucleare, Istituto nazionale di atsorfisica - hanno reagito con incredulità, alla notizia appena arrivata dal Ministero dell'Economia: i previsti aumenti al Fondo nazionale - 50 milioni di euro in più stanziati già per il 2007, e previsti dunque nella Finanziaria 2006 - sono stati pesantemente decurtati. Tagliati di circa il 40 per cento.
"Motivi contabili", si giustificano dal dicastero di via XX settembre. Un modo elegante per dire che hanno raschiato il fondo del barile, e scoperto che non c'è più un soldo. Una riduzione degli aumenti notevole, e soprattutto inaspettata. Che mette in grande difficoltà, a livello organizzativo e non solo, chi in quegli enti ci lavora. "Certo, 30 milioni, divisi per quattro istituti, non sono tantissimi - dicono ad esempio fonti dell'Istituto di fisica nucleare, Infn) - ma avremmo potuto, tanto per fare qualche esempio, pagarci le bollette elettriche per l'acceleratore di particelle. O organizzare le trasferte internazionali, fondamentali quando si instaurano partnership con altri enti di ricerca".
Ma c'è un altro motivo per cui i vertici degli enti protestano. Ed è il seguente, come spiegano sempre dall'Infn: "Questi tagli improvvisi finiscono inevitabilmente per ricadere sul bilancio 2008, che sostanzialmente sarà identico a quello del 2007. Cioè quello più di sacrificio degli ultimi anni".
Per questo, i presidenti dei quattro enti hanno diffuso una nota congiunta, in cui "denunciano ancora una volta che, alle dichiarazioni solenni di incentivare la ricerca scientifica del Paese come uno degli elementi decisivi per lo sviluppo, non faccia seguito alcun segnale concreto, ma, anzi, le risorse destinate alla ricerca, già esigue rispetto agli altri Paesi, continuano a subire tagli indiscriminati".
La Repubblica, 21 novembre 2007
ROMA - La ricerca è tradizionalmente uno dei cavalli di battaglia dei programmi elettorali, per entrambi gli schieramenti. Amata, in particolare, dal centrosinistra, che ne ha sempre rivendicato la centralità per la crescita, la riscossa economico-culturale del Paese. Ecco perché i vertici dei quattro enti pubblici del settore - Cnr, Agenzia spaziale italiana, Istituto nazionale di fisica nucleare, Istituto nazionale di atsorfisica - hanno reagito con incredulità, alla notizia appena arrivata dal Ministero dell'Economia: i previsti aumenti al Fondo nazionale - 50 milioni di euro in più stanziati già per il 2007, e previsti dunque nella Finanziaria 2006 - sono stati pesantemente decurtati. Tagliati di circa il 40 per cento.
"Motivi contabili", si giustificano dal dicastero di via XX settembre. Un modo elegante per dire che hanno raschiato il fondo del barile, e scoperto che non c'è più un soldo. Una riduzione degli aumenti notevole, e soprattutto inaspettata. Che mette in grande difficoltà, a livello organizzativo e non solo, chi in quegli enti ci lavora. "Certo, 30 milioni, divisi per quattro istituti, non sono tantissimi - dicono ad esempio fonti dell'Istituto di fisica nucleare, Infn) - ma avremmo potuto, tanto per fare qualche esempio, pagarci le bollette elettriche per l'acceleratore di particelle. O organizzare le trasferte internazionali, fondamentali quando si instaurano partnership con altri enti di ricerca".
Ma c'è un altro motivo per cui i vertici degli enti protestano. Ed è il seguente, come spiegano sempre dall'Infn: "Questi tagli improvvisi finiscono inevitabilmente per ricadere sul bilancio 2008, che sostanzialmente sarà identico a quello del 2007. Cioè quello più di sacrificio degli ultimi anni".
Per questo, i presidenti dei quattro enti hanno diffuso una nota congiunta, in cui "denunciano ancora una volta che, alle dichiarazioni solenni di incentivare la ricerca scientifica del Paese come uno degli elementi decisivi per lo sviluppo, non faccia seguito alcun segnale concreto, ma, anzi, le risorse destinate alla ricerca, già esigue rispetto agli altri Paesi, continuano a subire tagli indiscriminati".
La Repubblica, 21 novembre 2007
lunedì 5 novembre 2007
Da Cagliari a Osaka emigrata per poter studiare lo stress (La Nuova Sardegna, 5 novembre 2007)
La biologa Rosaria Piga racconta la sua esperienza giapponese dove i laboratori funzionano anche grazie alla meritocrazia
Giacomo Mameli, La Nuova Sardegna, 5 novembre 2007, pagina 6
La prima sorpresa, quasi uno choc (fortunatamente più che positivo perché del tutto inatteso), all’aeroporto internazionale di Osaka. A ricevere Rosaria Piga, biologa cagliaritana in arrivo con un volo Alitalia decollato da Milano, c’è nientemeno che il professor Etsuo Niki, direttore del centro di ricerca Hssrc (Human Stress Signal Research Center), uno degli istituti più accreditati al mondo per lo studio dello “stress ossidativo”, patologia causa di numerose malattie sempre più diffuse e gravi, spesso con esito letale, dal cancro all’invecchiamento precoce, dall’arterosclerosi fino all’alzheimer e al parkinson. Il professore, giacca e cravatta, sorridente, è con un altro collega. Danno il benvenuto a Rosaria che non sa come ringraziare per un’ attenzione così premurosa, ma già da questo primo segnale capisce di «aver cambiato pianeta». Racconta: «Mi sentivo catapultata dall’anonimato o quasi che ti circonda in un centro di ricerche sardo (o italiano) al rispetto e alla considerazione riservatimi all’estero. Quando mai, non dico il direttore-mito di un centro mondiale di studi, ma anche il suo ultimo assistente ti sarebbero venuti ad accogliere a Elmas o ad Alghero? Ma neanche a Milano o Perugia. Ebbene, lì è successo. Ed è la norma, non l’eccezione”.
È la domenica mattina del 31 marzo 2002. Dopo dodici ore su un Boeing a diecimila metri di quota la giovane ricercatrice sarda sale sull’auto privata del professor Niki, si parla di tutto, dell’Italia e del Giappone, ma soprattuto di cose pratiche, senza convenevoli. «Mi dice: la tua casa in affitto è pronta, è a nord di Osaka, quartiere Ikeda, abbiamo già pagato l’allaccio della luce e del gas. Di sera mi invitano a cena con altri colleghi che accolgono l’amica italiana». La casa è un condominio a cinque piani in un rione molto popolato di una città di tre milioni di abitanti, la terza del Sol Levante, alla foce del fiume Yodo, con Kobe e Kyoto è una delle tre città dove vivono 18 milioni di abitanti.
Sì, un altro mondo, sotto tutti gli aspetti. «Entro a casa, 17 metri quadrati, più un metro quadrato di bagno. Abito ancora lì e sto bene. E sono passati sei anni».
Il lunedì mattina, primo aprile, è al dipartimento Hssrc, collegato all’istituto Aist Kansai che sta per Advanced Industrial Science and Technology. Mezz’ora a piedi dalla mini-casa. È sempre il professor Niki che la va a prendere, le mostra i negozi e le banche, il supermercato più fornito. Eccolo il campus, una grande cancellata con una guardia in divisa blu scuro, legge i nomi dei padiglioni di Fisica, Chimica, Ottica. «Il mio istituto era quello dello stress ossidativo. All’ingresso chiedono di lasciare le impronte digitali, quella dell’indice destro». Rosaria crede che sia uno scherzo. «No, no, è la prassi. Quell’impronta diventava la mia parola chiave, la password, la chiave di accesso dopo aver digitato il codice del mio laboratorio. Entro e il direttore mi presenta dieci colleghi, tutti giapponesi doc, volti simpatici, Yoshiro e Yasukazi, anche due donne sposate, Junko e Nanako. Ecco la mia scrivania, gli scaffali, il cassetto, i libri, il computer». E vedo, nel mio studio, tutta la strumentazione necessaria per far ricerca. È tutto made in Japan, sono in giapponese anche le istruzioni per l’uso, ho bisogno dei colleghi per capire, disponibili, affabili. Dal primo giorno ho tutto a disposizione, col mio budget. E lavoro come tutti gli altri dalle 9 del mattino alle 21 con un’ora di pausa-pranzo. Dal primo mese lo stipendio regolare: 400 mila yen, pari a quattromila euro al mese». E poi? «E poi i colleghi mi insegnano pazientemente a lavorare al bancone, pipette e reagenti, microscopi. Ma soprattutto inizio da subito a ragionare come deve fare un ricercatore. Mi dicevano: devi togliere le idee dalla tua testa e confrontarle con le idee dei tuoi colleghi per arrivare a un progetto comune».
Stress ossidativo si diceva. Come limitarne gli effetti devastanti? Studiando. Rosaria indaga su due proteine, va alla ricerca di sostanze naturali estratte da piante e arbusti per prevenire o ridurre i danni di queste malattie degenerative. Dice, con linguaggio tecnico: «Testo in continuazione l’effetto anti-stress di questi composti tanto su cellule di aorta per gli studi sull’aterosclerosi quanto su cellule simil-neuroniche per indagare sul sistema nervoso». Progressi? «Certo, rispetto a dieci, cinque anni fa sono stati fatti molti passi in avanti, i pazienti sono assistiti meglio, si può migliorare ancora, ma soltanto insistendo caparbiamente con la ricerca. È ciò che facciamo a Osaka e Kyoto. Collaboriamo anche con un gruppo di fisici guidati da Yoichi Kawakami, si occupano di nanotecnologie, ci lavora anche un piemontese, Ruggero Micheletto, torinese». Nanotecnologie, cioè? «Usiamo uno strumento ottico detto Snom, è un sofisticato microscopio a scansione, consente di esaminare tessuti viventi in estremo dettaglio, arriviamo a miliardesimi di metro. Ecco, tutto ciò è basilare per arrivare a risultati concreti. E ci spero, ci speriamo».
Davvero un altro pianeta. Rispetto alla Sardegna. Rispetto all’Italia. Dove le carriere universitarie si costruiscono per via nepotistica, con le parentopoli all’ombra di nonni e di padri, di zii e di zie, di suoceri e suocere, con gli intrallazzi e le triangolazioni di grembiuli e di lobbies. Non solo a Bari e Messina, non solo a Napoli e Salerno, anche a Cagliari e Sassari, con le eccezioni del caso ovviamente. E così quella di Rosaria Piga diventa la storia emblematica di chi, «non per affermarsi» nel campo della ricerca scientifica ma «per poter fare ricerca scientifica», ha dovuto preparare la valigia e varcare il Tirreno, le Alpi e gli Oceani e approdare dove ciò che conta è il merito, il valore individuale e non la carta d’identità, il clan familiare, la casta di appartenenza. È una storia come tante altre che sono già state raccontate e che continueremo a raccontare perché è una tendenza negativa, devastante che va invertita, perché più cervelli l’Italia perde e più l’Italia perde in competitività, perché più cervelli la Sardegna regala gratis all’universo mondo e più la Sardegna retrocede. Le vicende degli “scienziati di ventura” raccontate in un best seller Cuec da Andrea Mameli e Mauro Scanu sono lì a dimostrarlo. Con inoppugnabili prove.
Ricercatrice in Giappone, quindi. Con molto lavoro, riunioni in team, discussioni, prove. Dopo alcuni anni un altro salto di qualità per Rosaria. «Mi propongono di collaborare col dipartimento di immunologia e infiammazione del Kyoto Prefectural University of Medicine diretto da un altro grande della ricerca, il professor Toshikazu Yoshikawa. Accetto. Da Osaka sono 45 minuti di treno, sempre puntuale, treni che spaccano il secondo, ogni giorno dell’anno. Passo davanti ai templi, al Palazzo imperiale e poi camice bianco e microscopio». Studi e pubblicazioni su riviste internazionali. Una delle più recenti è apparsa su Biophys Chemistry. Articoli e ricerca continua. Ancora Rosaria. «In Giappone, avere un laboratorio efficiente è la normalità, la regola per un ricercatore, non devi elemosinare nulla, hai a disposizione ciò che è necessario. In queste condizioni la crescita culturale è costante»
E i rapporti umani? Eccellenti. «Intanto nessuno conosceva la Sardegna, pochi conoscevano l’Italia, per cinque anni non ho incontrato un solo sardo, solo quest’anno ho conosciuto una coppia di cagliaritani che studiano a Tokyo la storia delle religioni, in particolare il buddismo e lo shintoismo». E oggi? «L’Italia e la Sardegna non sono più sconosciute ma sempre poco conosciute, sono state importanti alcune fiere, alcune mostre. Quello giapponese può essere un mercato importante per il nostro Paese».
Vita normale, semplice quella di Rosaria Piga. Ha 43 anni, nasce a Cagliari, il padre Antonello rappresentante di prodotti per l’agricoltura, la madre (Maria Teresa Boi) insegnante fra i paesi dell’alto oristanese e del Campidano di Cagliari. Rosaria è la primogenita (il fratello Piero, 39 anni, geometra, vive in Spagna dove è fidanzato con Monica, un architetto). Elementari in viale San Vincenzo a Cagliari, liceo scientifico al “Brotzu” di Pitz’e serra di Quartu. Gli insegnanti del liceo? «Giudizio insufficiente, il professore di italiano e latino mi sconsiglia di iscrivermi all’università, e aggiunge: non ti servirebbe a nulla». Rosaria va avanti, diploma, si iscrive in Biologia, studia e lavora, baby sitter e ripetizioni, fotocopie al palazzo di giustizia, la laurea con 107 (tesi con Gaetano Verani sui prodotti di sintesi con metalli pesanti). Inizia il calvario per «trovare un istituto che mi accolga per poter fare la ricercatrice. Inizio con tanto entusiasmo, poi mi rendo conto che non ho nulla attorno a me, lavoro gratis, mai un soldo, girovago sette anni senza avere mai uno stipendio che mi consenta di essere autonoma economicamente. Vago per l’Italia, Torino, Siena, Bologna, Napoli, Udine. Ovunque le stesse trafile, estenuanti. Mi proponevano pochi denari. Poi la svolta, targata Sardegna. Nel 2000 conosco alla Cittadella di Monserrato l’ex preside di Scienze, il professor Francesco Corongiu, patologo generale. Ha collaborazioni con Paesi esteri. Mi chiede se sono disposta a lasciare l’Italia. Anche domani mattina, gli rispondo. Senza dirmi nulla avvia le pratiche. Prima di morire Corongiu mi dice: andrai presto in Giappone. Detto fatto. Arrivo a Osaka nel marzo del 2002 e mi accorgo davvero di un altro mondo per la ricerca scientifica, noi in Italia ne siamo lontani anni luce».
Giacomo Mameli, La Nuova Sardegna, 5 novembre 2007, pagina 6
La prima sorpresa, quasi uno choc (fortunatamente più che positivo perché del tutto inatteso), all’aeroporto internazionale di Osaka. A ricevere Rosaria Piga, biologa cagliaritana in arrivo con un volo Alitalia decollato da Milano, c’è nientemeno che il professor Etsuo Niki, direttore del centro di ricerca Hssrc (Human Stress Signal Research Center), uno degli istituti più accreditati al mondo per lo studio dello “stress ossidativo”, patologia causa di numerose malattie sempre più diffuse e gravi, spesso con esito letale, dal cancro all’invecchiamento precoce, dall’arterosclerosi fino all’alzheimer e al parkinson. Il professore, giacca e cravatta, sorridente, è con un altro collega. Danno il benvenuto a Rosaria che non sa come ringraziare per un’ attenzione così premurosa, ma già da questo primo segnale capisce di «aver cambiato pianeta». Racconta: «Mi sentivo catapultata dall’anonimato o quasi che ti circonda in un centro di ricerche sardo (o italiano) al rispetto e alla considerazione riservatimi all’estero. Quando mai, non dico il direttore-mito di un centro mondiale di studi, ma anche il suo ultimo assistente ti sarebbero venuti ad accogliere a Elmas o ad Alghero? Ma neanche a Milano o Perugia. Ebbene, lì è successo. Ed è la norma, non l’eccezione”.
È la domenica mattina del 31 marzo 2002. Dopo dodici ore su un Boeing a diecimila metri di quota la giovane ricercatrice sarda sale sull’auto privata del professor Niki, si parla di tutto, dell’Italia e del Giappone, ma soprattuto di cose pratiche, senza convenevoli. «Mi dice: la tua casa in affitto è pronta, è a nord di Osaka, quartiere Ikeda, abbiamo già pagato l’allaccio della luce e del gas. Di sera mi invitano a cena con altri colleghi che accolgono l’amica italiana». La casa è un condominio a cinque piani in un rione molto popolato di una città di tre milioni di abitanti, la terza del Sol Levante, alla foce del fiume Yodo, con Kobe e Kyoto è una delle tre città dove vivono 18 milioni di abitanti.
Sì, un altro mondo, sotto tutti gli aspetti. «Entro a casa, 17 metri quadrati, più un metro quadrato di bagno. Abito ancora lì e sto bene. E sono passati sei anni».
Il lunedì mattina, primo aprile, è al dipartimento Hssrc, collegato all’istituto Aist Kansai che sta per Advanced Industrial Science and Technology. Mezz’ora a piedi dalla mini-casa. È sempre il professor Niki che la va a prendere, le mostra i negozi e le banche, il supermercato più fornito. Eccolo il campus, una grande cancellata con una guardia in divisa blu scuro, legge i nomi dei padiglioni di Fisica, Chimica, Ottica. «Il mio istituto era quello dello stress ossidativo. All’ingresso chiedono di lasciare le impronte digitali, quella dell’indice destro». Rosaria crede che sia uno scherzo. «No, no, è la prassi. Quell’impronta diventava la mia parola chiave, la password, la chiave di accesso dopo aver digitato il codice del mio laboratorio. Entro e il direttore mi presenta dieci colleghi, tutti giapponesi doc, volti simpatici, Yoshiro e Yasukazi, anche due donne sposate, Junko e Nanako. Ecco la mia scrivania, gli scaffali, il cassetto, i libri, il computer». E vedo, nel mio studio, tutta la strumentazione necessaria per far ricerca. È tutto made in Japan, sono in giapponese anche le istruzioni per l’uso, ho bisogno dei colleghi per capire, disponibili, affabili. Dal primo giorno ho tutto a disposizione, col mio budget. E lavoro come tutti gli altri dalle 9 del mattino alle 21 con un’ora di pausa-pranzo. Dal primo mese lo stipendio regolare: 400 mila yen, pari a quattromila euro al mese». E poi? «E poi i colleghi mi insegnano pazientemente a lavorare al bancone, pipette e reagenti, microscopi. Ma soprattutto inizio da subito a ragionare come deve fare un ricercatore. Mi dicevano: devi togliere le idee dalla tua testa e confrontarle con le idee dei tuoi colleghi per arrivare a un progetto comune».
Stress ossidativo si diceva. Come limitarne gli effetti devastanti? Studiando. Rosaria indaga su due proteine, va alla ricerca di sostanze naturali estratte da piante e arbusti per prevenire o ridurre i danni di queste malattie degenerative. Dice, con linguaggio tecnico: «Testo in continuazione l’effetto anti-stress di questi composti tanto su cellule di aorta per gli studi sull’aterosclerosi quanto su cellule simil-neuroniche per indagare sul sistema nervoso». Progressi? «Certo, rispetto a dieci, cinque anni fa sono stati fatti molti passi in avanti, i pazienti sono assistiti meglio, si può migliorare ancora, ma soltanto insistendo caparbiamente con la ricerca. È ciò che facciamo a Osaka e Kyoto. Collaboriamo anche con un gruppo di fisici guidati da Yoichi Kawakami, si occupano di nanotecnologie, ci lavora anche un piemontese, Ruggero Micheletto, torinese». Nanotecnologie, cioè? «Usiamo uno strumento ottico detto Snom, è un sofisticato microscopio a scansione, consente di esaminare tessuti viventi in estremo dettaglio, arriviamo a miliardesimi di metro. Ecco, tutto ciò è basilare per arrivare a risultati concreti. E ci spero, ci speriamo».
Davvero un altro pianeta. Rispetto alla Sardegna. Rispetto all’Italia. Dove le carriere universitarie si costruiscono per via nepotistica, con le parentopoli all’ombra di nonni e di padri, di zii e di zie, di suoceri e suocere, con gli intrallazzi e le triangolazioni di grembiuli e di lobbies. Non solo a Bari e Messina, non solo a Napoli e Salerno, anche a Cagliari e Sassari, con le eccezioni del caso ovviamente. E così quella di Rosaria Piga diventa la storia emblematica di chi, «non per affermarsi» nel campo della ricerca scientifica ma «per poter fare ricerca scientifica», ha dovuto preparare la valigia e varcare il Tirreno, le Alpi e gli Oceani e approdare dove ciò che conta è il merito, il valore individuale e non la carta d’identità, il clan familiare, la casta di appartenenza. È una storia come tante altre che sono già state raccontate e che continueremo a raccontare perché è una tendenza negativa, devastante che va invertita, perché più cervelli l’Italia perde e più l’Italia perde in competitività, perché più cervelli la Sardegna regala gratis all’universo mondo e più la Sardegna retrocede. Le vicende degli “scienziati di ventura” raccontate in un best seller Cuec da Andrea Mameli e Mauro Scanu sono lì a dimostrarlo. Con inoppugnabili prove.
Ricercatrice in Giappone, quindi. Con molto lavoro, riunioni in team, discussioni, prove. Dopo alcuni anni un altro salto di qualità per Rosaria. «Mi propongono di collaborare col dipartimento di immunologia e infiammazione del Kyoto Prefectural University of Medicine diretto da un altro grande della ricerca, il professor Toshikazu Yoshikawa. Accetto. Da Osaka sono 45 minuti di treno, sempre puntuale, treni che spaccano il secondo, ogni giorno dell’anno. Passo davanti ai templi, al Palazzo imperiale e poi camice bianco e microscopio». Studi e pubblicazioni su riviste internazionali. Una delle più recenti è apparsa su Biophys Chemistry. Articoli e ricerca continua. Ancora Rosaria. «In Giappone, avere un laboratorio efficiente è la normalità, la regola per un ricercatore, non devi elemosinare nulla, hai a disposizione ciò che è necessario. In queste condizioni la crescita culturale è costante»
E i rapporti umani? Eccellenti. «Intanto nessuno conosceva la Sardegna, pochi conoscevano l’Italia, per cinque anni non ho incontrato un solo sardo, solo quest’anno ho conosciuto una coppia di cagliaritani che studiano a Tokyo la storia delle religioni, in particolare il buddismo e lo shintoismo». E oggi? «L’Italia e la Sardegna non sono più sconosciute ma sempre poco conosciute, sono state importanti alcune fiere, alcune mostre. Quello giapponese può essere un mercato importante per il nostro Paese».
Vita normale, semplice quella di Rosaria Piga. Ha 43 anni, nasce a Cagliari, il padre Antonello rappresentante di prodotti per l’agricoltura, la madre (Maria Teresa Boi) insegnante fra i paesi dell’alto oristanese e del Campidano di Cagliari. Rosaria è la primogenita (il fratello Piero, 39 anni, geometra, vive in Spagna dove è fidanzato con Monica, un architetto). Elementari in viale San Vincenzo a Cagliari, liceo scientifico al “Brotzu” di Pitz’e serra di Quartu. Gli insegnanti del liceo? «Giudizio insufficiente, il professore di italiano e latino mi sconsiglia di iscrivermi all’università, e aggiunge: non ti servirebbe a nulla». Rosaria va avanti, diploma, si iscrive in Biologia, studia e lavora, baby sitter e ripetizioni, fotocopie al palazzo di giustizia, la laurea con 107 (tesi con Gaetano Verani sui prodotti di sintesi con metalli pesanti). Inizia il calvario per «trovare un istituto che mi accolga per poter fare la ricercatrice. Inizio con tanto entusiasmo, poi mi rendo conto che non ho nulla attorno a me, lavoro gratis, mai un soldo, girovago sette anni senza avere mai uno stipendio che mi consenta di essere autonoma economicamente. Vago per l’Italia, Torino, Siena, Bologna, Napoli, Udine. Ovunque le stesse trafile, estenuanti. Mi proponevano pochi denari. Poi la svolta, targata Sardegna. Nel 2000 conosco alla Cittadella di Monserrato l’ex preside di Scienze, il professor Francesco Corongiu, patologo generale. Ha collaborazioni con Paesi esteri. Mi chiede se sono disposta a lasciare l’Italia. Anche domani mattina, gli rispondo. Senza dirmi nulla avvia le pratiche. Prima di morire Corongiu mi dice: andrai presto in Giappone. Detto fatto. Arrivo a Osaka nel marzo del 2002 e mi accorgo davvero di un altro mondo per la ricerca scientifica, noi in Italia ne siamo lontani anni luce».
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lunedì 29 ottobre 2007
Mussi: creare una cultura del merito
(Agi) - Roma, 29 ottobre 2007 - Meno corsi di laurea, più docenti di ruolo, autonomia del sistema e un'agenzia preposta alla valutazione della ricerca e delle università italiane. Questi gli ingredienti di base per mettersi al passo degli altri paesi.
"Dobbiamo mettere a disposizione dei nostri centri di ricerca e delle nostre università più risorse, finanziarie e umane", ha detto Fabio Mussi, ministro dell'università e della ricerca. Ma non solo. "Per stabilizzare e migliorare la loro capacità, la ricerca e l'università deve affinare la cultura della valutazione esterna e indipendente. Anche in questo caso, con la creazione dell'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca (Anvur) stiamo facendo sensibili passi avanti", ha detto Mussi. Inoltre, per il ministro è necessario aumentare il tasso di autonomia della ricerca.
"I politici - ha infatti spiegato - devono fare un passo indietro. Con l'istituzione dei search committees, commissioni indipendenti di scienziati che indicano al ministro terne di candidati alla direzione degli Enti di ricerca, il nostro Ministero lo sta facendo".
L'Anvur dovrà valutare, in maniera rigorosa e indipendente. "Creerà le premesse che consentiranno di premiare chi è più bravo e di non premiare chi è meno bravo. Il compito principale dell'Anvur è ambiziosoe difficile: creare una cultura del merito", ha concluso Mussi.
"Dobbiamo mettere a disposizione dei nostri centri di ricerca e delle nostre università più risorse, finanziarie e umane", ha detto Fabio Mussi, ministro dell'università e della ricerca. Ma non solo. "Per stabilizzare e migliorare la loro capacità, la ricerca e l'università deve affinare la cultura della valutazione esterna e indipendente. Anche in questo caso, con la creazione dell'Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca (Anvur) stiamo facendo sensibili passi avanti", ha detto Mussi. Inoltre, per il ministro è necessario aumentare il tasso di autonomia della ricerca.
"I politici - ha infatti spiegato - devono fare un passo indietro. Con l'istituzione dei search committees, commissioni indipendenti di scienziati che indicano al ministro terne di candidati alla direzione degli Enti di ricerca, il nostro Ministero lo sta facendo".
L'Anvur dovrà valutare, in maniera rigorosa e indipendente. "Creerà le premesse che consentiranno di premiare chi è più bravo e di non premiare chi è meno bravo. Il compito principale dell'Anvur è ambiziosoe difficile: creare una cultura del merito", ha concluso Mussi.
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Università italiana e Finanziaria
(Agi) - Roma, 29 ottobre 2007 - "La Finanziaria 2008 fa piccoli passi nella giusta direzione. Ci sono più risorse per la ricerca e per i giovani ricercatori. Forse sono insufficienti. Ma sono passi che vanno nella direzione giusta". Lo ha detto il ministro dell'università e della ricerca Fabio Mussi a commento della situazione della ricerca in Italia.
"Un discorso analogo - ha aggiunto il ministro - vale per l'università. Nel patto per l'efficienza e la stabilità che, insieme al ministro per l'economia Tommaso Padoa-Schioppa, abbiamo proposto alle università, c'è sia la stabilizzazione del Fondo ordinario che nel 2008 consentirà alle università di uscire dall'incertezza e dall'ansia che ogni anno le procurano l'aumento dei costi del personale e l'inflazione della moneta sia la destinazione di una sua parte non trascurabile (il 5 per cento, per un ammontare di 350 milioni di euro) agli atenei che avranno i bilanci a posto e otterranno le migliori performance in ricerca e didattica. Anche in questo
caso la direzione è giusta".
Ma Mussi ha ribadito più volte che la qualità della ricerca italiana non è affatto bassa. E a riprova di ciò ha sottolineato i risultati di una serie di indagini internazionali. "La qualità della ricerca italiana - ha infatti detto il ministro - non è male. Lo dicono una serie di indagini indipendenti internazionali, da quelle realizzate dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a quelle proposte, nel 2004, da David King, capo dei consiglieri scientifici del governo inglese sulla rivista Nature. I ricercatori italiani son tra i più produttivi al mondo. Una riprova l'abbiamo avuto di recente con la raccolta delle proposte e la loro prima selezione dello 'Starting indipendent researcher grants' del Programma
Ideas varato dall'European research council (Erc) nell'ambito del Settimo Programma Quadro (FP7) con l'obiettivo di sostenere, mediante grants compresi tra 100 mila e 400 mila euro, i giovani ricercatori dell'Unione Europea e degli Stati Associati con dimostrate capacità di diventare leader indipendenti di programma di ricerca ha raggiunto i suoi due primi obiettivi".
Le proposte degli italiani selezionate sono state 70 su 559. "Solo i tedeschi - ha aggiunto Mussi - hanno fatto meglio. Francesi, inglesi, spagnoli hanno fatto peggio: nonostante i ricercatori in Francia, Regno Unito e Spagna siano molti di più".
Per il ministro, inoltre, anche lo stato in cui versano le università italiane non è tra i peggiori.
"Le nostre università, nonostante indubbi casi di malcostume e talvolta di vere e proprie irregolarità, sono meno peggio di come le si descrive. D'altra parte i giovani laureati italiani sono tra i più richiesti all'estero. E alcune nostre università sono di assoluta e riconosciuta eccellenza". Ma la situazione delle università, come ha sottolineato lo stesso Mussi, non è poi così idilliaca.
"Non è che tutto vada bene. Lo stato italiano destina alla ricerca pubblica dal 20 al 30 per cento di risorse in meno di altri paesi europei. Questo ritardo va recuperato. Inoltre c'è un blocco che impedisce l'accesso dei giovani alla ricerca. Questo blocco va rimosso. Per mettersi al passo degli altri paesi, dobbiamo mettere a disposizione dei nostri centri di ricerca e delle nostre università più risorse, finanziarie e umane", ha concluso.
"Un discorso analogo - ha aggiunto il ministro - vale per l'università. Nel patto per l'efficienza e la stabilità che, insieme al ministro per l'economia Tommaso Padoa-Schioppa, abbiamo proposto alle università, c'è sia la stabilizzazione del Fondo ordinario che nel 2008 consentirà alle università di uscire dall'incertezza e dall'ansia che ogni anno le procurano l'aumento dei costi del personale e l'inflazione della moneta sia la destinazione di una sua parte non trascurabile (il 5 per cento, per un ammontare di 350 milioni di euro) agli atenei che avranno i bilanci a posto e otterranno le migliori performance in ricerca e didattica. Anche in questo
caso la direzione è giusta".
Ma Mussi ha ribadito più volte che la qualità della ricerca italiana non è affatto bassa. E a riprova di ciò ha sottolineato i risultati di una serie di indagini internazionali. "La qualità della ricerca italiana - ha infatti detto il ministro - non è male. Lo dicono una serie di indagini indipendenti internazionali, da quelle realizzate dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a quelle proposte, nel 2004, da David King, capo dei consiglieri scientifici del governo inglese sulla rivista Nature. I ricercatori italiani son tra i più produttivi al mondo. Una riprova l'abbiamo avuto di recente con la raccolta delle proposte e la loro prima selezione dello 'Starting indipendent researcher grants' del Programma
Ideas varato dall'European research council (Erc) nell'ambito del Settimo Programma Quadro (FP7) con l'obiettivo di sostenere, mediante grants compresi tra 100 mila e 400 mila euro, i giovani ricercatori dell'Unione Europea e degli Stati Associati con dimostrate capacità di diventare leader indipendenti di programma di ricerca ha raggiunto i suoi due primi obiettivi".
Le proposte degli italiani selezionate sono state 70 su 559. "Solo i tedeschi - ha aggiunto Mussi - hanno fatto meglio. Francesi, inglesi, spagnoli hanno fatto peggio: nonostante i ricercatori in Francia, Regno Unito e Spagna siano molti di più".
Per il ministro, inoltre, anche lo stato in cui versano le università italiane non è tra i peggiori.
"Le nostre università, nonostante indubbi casi di malcostume e talvolta di vere e proprie irregolarità, sono meno peggio di come le si descrive. D'altra parte i giovani laureati italiani sono tra i più richiesti all'estero. E alcune nostre università sono di assoluta e riconosciuta eccellenza". Ma la situazione delle università, come ha sottolineato lo stesso Mussi, non è poi così idilliaca.
"Non è che tutto vada bene. Lo stato italiano destina alla ricerca pubblica dal 20 al 30 per cento di risorse in meno di altri paesi europei. Questo ritardo va recuperato. Inoltre c'è un blocco che impedisce l'accesso dei giovani alla ricerca. Questo blocco va rimosso. Per mettersi al passo degli altri paesi, dobbiamo mettere a disposizione dei nostri centri di ricerca e delle nostre università più risorse, finanziarie e umane", ha concluso.
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